Il giorno in cui ho creduto alle mie parole.

L’incontro che ha cambiato il mio modo di scrivere

Ci sono incontri che non avvengono in una stanza, né lungo una strada, ma dentro uno spazio più fragile e potente: la parola.
Il mio incontro con Romano Battaglia è stato così.

Erano i primi anni di internet, quando la rete aveva ancora il sapore della scoperta e dell’intimità. Avevo letto uno dei suoi libri e ne ero rimasta profondamente colpita. Non era solo ciò che raccontava, ma come lo faceva. Le sue parole avevano una qualità rara: sembravano sapere da dove venivano e dove stavano andando. Dentro quelle pagine c’era silenzio, ascolto, umanità.

Sul suo sito c’era un indirizzo email. Lo guardai a lungo, come si guarda una porta prima di decidere se bussare. Alla fine scrissi pochi righi: un saluto, una presentazione semplice, sincera. Non mi aspettavo nulla. E invece, da quel gesto timido, nacque una corrispondenza.

Una sequenza di email in cui, senza clamore, ci trovammo a parlare della stessa cosa: l’amore per la scrittura. Non di successo, non di mercato, ma di necessità. Di quella spinta interiore che porta a scrivere anche quando non serve a niente, anche quando nessuno legge.

A un certo punto sentii che non bastava più. C’era uno scritto, un romanzo, che avevo nel cassetto. Lo stesso che aveva già letto la mia migliore amica, quella con cui avevo condiviso fin dall’infanzia la passione per le parole. Era l’unica che conosceva davvero tutto di me, anche come scrivevo. Quando lesse quel testo mi disse una frase che non ho mai dimenticato:
“Questo è diverso. È più maturo. Si sente.”

Quelle parole mi accompagnarono per giorni. Poi decisi di rompere davvero il ghiaccio. Inviai quel romanzo a Romano Battaglia. Premere “invio” fu come spogliarsi. Non solo di un testo, ma di una parte di me.

Passarono giorni. Forse dieci, forse di più. Il tempo, in quelle attese, ha un modo tutto suo di dilatarsi. Poi arrivò la sua risposta.

Non fu lunga. Non serviva. Mi fece i complimenti e scrisse una frase che ancora oggi sento addosso come una mano sulla spalla:
“È scritto con il cuore. Hai dato voce al cuore.”

In quel momento accadde qualcosa di silenzioso ma definitivo. Compresi che forse non scrivevo solo per me. Che forse quello che avevo sempre custodito come qualcosa di intimo, quasi segreto, poteva diventare un dono. Non un’esibizione, ma un’offerta. Un modo per restituire al mondo una parte di ciò che avevo sentito, vissuto, attraversato.

Non mi disse cosa fare, né come pubblicare, né come migliorare. Non ne aveva bisogno. Mi aveva già consegnato qualcosa di più importante: il permesso di crederci.

Da allora la scrittura non è più stata solo rifugio. È diventata anche responsabilità. Verso me stessa, certo, ma anche verso chi avrebbe potuto riconoscersi in quelle parole.

Ci sono incontri che non finiscono mai. Restano lì, come una bussola.
Questo è stato uno di quelli.

Da quel momento ho smesso di scrivere solo per nascondermi.
Ho capito che le parole non chiedono protezione, ma verità.

Scrivere è diventato un atto di coraggio, non più un rifugio silenzioso.
Un modo per espormi, per consegnare al mondo ciò che avevo tenuto stretto troppo a lungo.

Se una voce può raggiungere un’altra voce, allora vale la pena scrivere.
Sempre.

Da quel momento ho iniziato a guardare la scrittura in modo diverso. Non più come qualcosa da proteggere gelosamente, ma come una responsabilità gentile. Scrivere significava assumersi il rischio di essere letta, fraintesa, forse anche respinta. Ma significava soprattutto scegliere di esserci.

Ho capito che le parole, quando nascono autentiche, trovano sempre una strada. Non chiedono perfezione, chiedono presenza. Chiedono che qualcuno abbia il coraggio di ascoltarle fino in fondo e di lasciarle andare.

L’incontro con Romano Battaglia non mi ha insegnato come scrivere. Mi ha insegnato perché farlo. Mi ha ricordato che la scrittura non è mai solo tecnica o talento, ma un atto umano, profondo, necessario. Un modo per restare fedeli a se stessi mentre si tenta, con rispetto, di toccare l’altro.

Da allora continuo a scrivere così: come se ogni parola fosse un ponte.
Tra ciò che sono stata e ciò che sto diventando.
Tra il mio cuore e quello di chi leggerà.

E se anche una sola frase riuscirà a farsi casa per qualcuno, allora tutto questo avrà avuto senso.

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