
Non mi sono mai interrogata sul perché scrivo, ricordo perfettamente il momento in cui la penna ha approcciato il foglio iniziando ad andare da sola, verso storie da raccontare. Ero una bambina piccola e già appassionata di libri. Li sfogliavo anche senza capirli, come un richiamo innato. In realtà ero una bimba curiosa, che se ne stava sempre con il naso su per aria e lo sguardo in giro in cerca di qualcosa.
Immagazzinavo immagini, osservavo le persone, ascoltavo tracce di dialoghi, provavo a capire come funzionava il mondo attraverso le pagine scritte da qualcun altro su un libro.
Mio padre mi portava sempre in montagna o al mare e lì iniziavano quelle idee, fantasie che mi facevano venire voglia di raccontare, di dire, di trasmettere emozioni.
Ero ai banchi delle elementari quando diedi vita alla mia prima storia. Ricordo che era una saga scritta in prosa, ispirata dall’Odissea, il grande poema epico greco di Omero, che la maestra ci aveva raccontato e fatto preparare per la recita di fine anno. Da quel momento tutto diventava fonte di ispirazione o soprattutto un terremoto emotivo, che era la base per raccontare vicende.
Sono sempre stata appassionata di storia, di arte, di letteratura, e di ogni cosa che mi avvicinasse alla conoscenza della vita e dell’animo umano. La scrittura era il modo di immortalare le emozioni, di esprimerle per regalarle al mondo.
Nella mia adolescenza c’era sempre un quaderno che diventava il mio diario o il mio svago.
Nei momenti di noia, di pausa o come diversivo, appuntavo poesie, scrivevo racconti o qualche pensiero sparso.
Avevo bizzeffe di fogli scritti a mano, finché per un regalo di Natale invece di rincorrere l’idea di giocattoli o trucchi, chiesi ai miei genitori di comprarmi una macchina da scrivere. Mi fu regalato un modello giocattolo, ma esauriente per i miei intenti.
La voglia di coltivare la passione.
Successivamente ci fu un primo cambiamento. Adesso non bastava più la curiosità verso la lettura e la leggerezza dello scrivere parole a fiumi, scattò dentro me la voglia di imparare a farlo.
Ai temi di italiano avevo sempre voti bassi. Mi dicevano che scrivevo troppo e divagavo uscendo puntualmente fuori tema.
Questa cosa mi faceva soffrire perché non solo l’italiano era la mia materia preferita, ma quando affrontavo il compito in classe, puntualmente avevo così tante idee che non riuscivo a dominare il caos.
Addirittura un’insegnante alle scuole superiori mi metteva un doppio voto, uno per contenuto e un altro per ortografia.
Spesso mi dicevano di scrivere di meno, di moderarmi. Io ero fluviale, copiosa, inarrestabile.
Una, due, tre pagine. Un paio di fogli di lavoro.
Non mi ero mai creata limite, né di parole e né di tempo… anzi soprattutto di tempo, perché scrivere è necessario, allora il tempo lo trovavo eccome.
Soltanto con gli anni ho scoperto di essere stata “dislessica”, forse a quei tempi non si riconosceva così facilmente come oggi. Quindi mi arrabattavo per migliorare, spesso andando incontro a difficoltà di espressione, finché non trovai i miei schemi e le mie forme.
Quello che mi è sempre stato chiaro è che nessuno ci insegna a scrivere. È una dote innata, un piacere personale e soprattutto una vocazione, quindi ad un certo punto smisi di credere che qualche insegnante mi avrebbe fornito la bacchetta magica e di colpo sarei diventata brava a farlo.
La scrittura è soprattutto sacrificio, dedicarsi e non smettere mai di apprendere parole nuove. Così iniziai a leggere il vocabolario.
Sì, esatto proprio il dizionario. Dalla “A” alla lettera “Z” e sottolineavo ogni parola che leggevo o che imparavo. Era scattata in me una grande voglia di coltivare questa passione per la scrittura. I miei voti salirono, la forma migliorò e finalmente il caos di idee cominciava ad essere governato.
La passione è quella cosa che fai quando nessuno ti vede.
Ho sempre nascosto la mia passione per la scrittura. Forse per vergogna o per giudizio o per ansia da prestazione, non lo so.
Da bambina con la paghetta dei miei genitori iniziavo a comprarmi libri. Il primo libro letto è stato Lolita di Vladimir Vladimirovic Nabokov, che mi ha incollato alla lettura come un francobollo.
Avevo sempre ottime idee, ma mi mancava la capacità di metterle in pratica e se ciò non accadeva, tutti i buoni intenti venivano persi nel vuoto. Dopo la trovata del vocabolario, cominciai a leggere per imparare.
Mettere in pratica dipende da quanto ci impegniamo davvero, da quanto tempo e sangue ci mettiamo. Non mi bastava più provare a mettere in fila le parole cercando di darle una buona musicalità, adesso dovevano avere senso, spesso e soprattutto avevo bisogno di un metodo per mettere in ordine il flusso continuo e costante di idee.
Un giorno mi capitò di leggere un temario, acquistato sempre per l’antica e ricorrente esigenza e voglia di imparare a scrivere. Ricordo una frase che mi colpì molto e che ho fatto mia: “per saper scrivere bisogna assolutamente fare due cose, leggere e scrivere.”
Molti sostengono che per diventare bravi scrittori si debba leggere, divorare libri e ancora leggere. Posso essere d’accordo, ma presto ho capito che scrivere è un’arte, una dote. Si possono imparare le tecniche, affinarle con la pratica e fare tanta esperienza ma il talento è talento.
Un talento che ho affinato in un unico modo:
- Vivendo
- Creando
- Emozionandomi.
Ho sempre desiderato di vivere come un film o una favola, e non mi sono mai, per questo, tirata indietro nelle sfide, nelle decisioni. Ho determinato da bambina di voler scrivere, ma ero consapevole che avevo bisogno di imparare a farlo, di crescere nella scrittura. Per questo non ho mai sospeso la modalità di essere l’insegnante di me stessa.

La musicalità delle parole.
Chi ama leggere o scrivere può capire di cosa parlo. La fluidità delle parole che formano una storia è come sperimentare una vita. Scrivere è come vivere tante vite tutte insieme.
Una sorta di vita parallela, dove dalla propria realtà si esce e ci si va a catapultare in quella di altre vite.
I personaggi diventano corollario alla nostra esistenza, non degli estranei. Anche quando leggevo mi immedesimavo nelle storie stesse.
A tal punto da volere di più.
Non mi bastava più leggere ciò che un’altra persona aveva scritto usando la sua creatività, fantasia e conoscenza. Volevo avere io il controllo.
Più leggevo, più vivevo e più esplodeva, fino a quando è diventato impossibile fermare il flusso.
Quando nella mia vita, per questioni personali, familiari o lavorative ho dovuto trascurare la scrittura, ho risentito una sorta di sottile e silenzioso malessere, che si chiama “frustrazione”.
Per me la scrittura non è solo una sorta di arte creativa, né un hobby per passare il tempo ma qualcosa di importante. Necessario, appunto.
Nel giro di anni, avevo innumerevoli quaderni scritti a penna, fogli battuti a macchina, file nel pc, di romanzi, racconti e poesie. Ancora oggi conservo gran parte di queste cose e quando ci do uno sguardo, ci trovo del buono, ci trovo idee originali e questo mi da la forza di credere, che la mia penna possa diventare molto più di un foglio scritto.
Ho sempre scribacchiato di nascosto, ma un incontro cambiò la mia vita… poi ti racconterò cosa accadde.
Valeria